Roma, la Grecia e l’Oriente: Riflessioni su imperialismo difensivo ed interventismo etico


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《Il popolo romano ritiene conforme alla propria lealtà e coerenza non abbandonare la difesa, che si è assunto, della libertà dei Greci.》(Livio XXXIV, 58, 11)
La difesa della grecità classica dall’assalto dei macedoni, dei siriani e dei Galati fu centrale nella politica estera romana a cavallo tra il Terzo ed il secondo secolo. La volontà di tenere l’equilibrio nell’area dell’egeo andò di pari passo con la sincera volontà di difendere la koinè eiréne, la pace comune. Roma arrivò a ricoprire il ruolo di arbitro nelle dispute greche, quello stesso ruolo che in passato era toccato alla Persia ed alla Macedonia.

Le forze romane non precedettero mai ad annessione territoriali dirette malgrado le vittorie nelle prime guerre Macedoniche e siriache. Anzi, le acquisizioni territoriali furono rigirate agli alleati di Roma come le polis greche, Rodi ed il Regno di Pergamo. Malgrado la sconfitta subita da Filippo V di Macedonia in quel di cinocefale (197 a.c.) contro le forze Romane di Tito Quinzio Flaminio, il Regno di Macedonia non subì spartizioni e rimase integro dato che era un prezioso alleato nel contenimento dei barbari della Tracia e delle minacce provenienti dall’Asia. Il mondo ellenico era visto come una barriera contro la corruzione e gli sfarzi dell’Oriente egizio e seleucide, questo emerge anche nella vicenda di Gneo Manlio Vulsone. Vulsone, spinto dai bottini e dalle lusinghe dei greci e del Regno di Pergamo, guidò le truppe Romane in Asia Minore contro i Galati. L’intervento, richiesto dal Re di Pergamo Eumene II, fu effettuato senza l’autorizzazione del Senato Romano che, anzi, disapprovò l’operato di Vulsone temendo che l’invio di legioni in Oriente potesse mettere in pericolo la pace appena raggiunta con la Siria Seleucide dopo la vittoria romana di Magnesia contro Antioco III. La condotta di Vulsone gli impedì di ottenere il Trionfo, l’onore che i romani tributavano ai condottieri vittoriosi, malgrado le grandi vittorie ottenute contro i Galati.

Peggio, sulla via del ritorno verso l’Italia le truppe romane subirono gli attacchi delle popolazioni della Tracia. Il senato romano interpretò questi attacchi come una punizione divina contro la superbia di Vulsone che si era fatto corrompere dalla propria arroganza, dalle ricchezze e dagli sfarzi offerti dalle monarchie ellenistiche d’Oriente. Egli aveva sfidato i limiti geopolitici imposti dagli dei e si era fatto abbagliare dalle promesse di bottini e ricchezze che il Re di Pergamo aveva offerto in cambio del suo intervento. Nella vicenda di Vulsone viene visto l’inizio della corruzione dei costumi romani e del mos maiorum, insidiati dallo sfarzo del mondo orientale e dalla cultura del mondo greco. Questi dibattiti interni a Roma permettono di capire quanto possa essere sbagliato liquidare l’operato di Roma come semplice imperialismo militare fine a sè stesso.
La politica di conciliazione e comprensione nei confronti del mondo ellenico da parte di Roma fu incarnata alla perfezione da Flaminio. Egli rappresentò lo step intermedio tra l’imperialismo “difensivo” della Repubblica Romana e l’Interventismo romano dell’età tardo repubblicana ed imperiale. Flaminio fu un grande estimatore del mondo ellenico nonché uno strenuo difensore del principio di libertà ed autonomia delle polis greche minacciate dall’aggressività macedone e siriana, anche laddove il senato romano pareva più disinteressato alle vicende che accadevano fuori dall’Italia. L’Interventismo etico di Flaminio deriva dalla consapevolezza del semplice fatto che ormai Roma era una Potenza mediterranea.

La Repubblica era entrata in quel circolo di conquiste dal quale era impossibile uscire: più Roma diventava forte e più si espandeva, più cresceva il numero di nemici ed alleati. La discesa in Italia di Pirro Re dell’Epiro durante le guerre di Taranto e l’alleanza tra Filippo V di Macedonia ed Annibale durante la seconda guerra punica avevano fatto capire ai Romani che era impossibile restare impassibili di fronte alle vicende dell’Oriente. Per non parlare dell’importanza di difendere i traffici commerciali nell’adriatico e gli insediamenti nell’illirico. Ogni volta che Roma o i suoi alleati necessitavano di un intervento militare (che si concludeva sempre con un successo romano) la sua influenza sui vicini cresceva sempre di più. E gli impegni internazionali presi con gli alleati stanziati fuori dal limes trascinavano Roma in un eterno vortice di guerre d’espansione. Si pone quindi una riflessione generale su tutte le grandi potenze della storia, dall’antichità ad oggi, sull’imprescendibile necessità di espansione per non rischiare di crollare o di essere conquistati a propria volta.

Alessio Melita


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