Se all’estrema si cambia

di Gabriele Adinolfi

da No Reporter

Segnali convergenti da un po’ tutte le componenti, non solo la svolta di CPI

Da ieri il mio telefono continua a squillare e a ricevere sms.
La decisione di Gianluca Iannone, confermata da Simone Di Stefano, dell’abbandono della linea elettorale da parte di CasaPound, sta provocando eccitazione, entusiasmo, sconforto, sollievo, curiosità. In molti mi chiedono che cosa pensi di questa svolta che sa di ritorno alle origini, ovvero ai tempi in cui contribuivo attivamente.
È evidente che io veda con favore una decisione del genere. Ritengo però inopportuno mettermi a operare una qualsivoglia critica (parola che non ha necessariamente un significato negativo, e che può benissimo essere costruttiva) perché sarebbe fuori luogo e inelegante perché da fuori.
Mi limito a una considerazione di fondo: la logica che Cpi prova a intraprendere è quella di un’avanguardia che guarda al futuro, abbandonando le angustie miopi di un quotidiano schiacciato sulla competizione e sulla logica dell’opportunismo scenico e di scheda. Sembra trattarsi dell’abbandono di quella deviazione intervenuta anni fa sul percorso creativo che aveva reso CP un faro su scala mondiale.

Sarà davvero possibile risanare tutto e abbandonare le scorie psicologiche e le sudditanze ideologiche intervenute nel frattempo? Qui CPI sfiderà se stessa. Consapevole, mi auguro, di quella massima che ho coniato in tempi immemori: “il primo nemico sei tu”.
C’è da essere fiduciosi? Direi di sì, anche se il risultato del percorso intrapreso, allo stato attuale, non lo può prevedere nessuno e, come sempre accade, sarà diverso da qualsiasi progetto animi oggi chi sta per intraprenderlo.

La scoperta del limite
Il segnale di CPI si aggiunge a tanti altri d’area intercorsi da un anno a questa parte. Ho come la sensazione che un po’ tutti si stiano rendendo conto che lo sposalizio del pregiudizio democratico (che non è comunque sinonimo di partecipazione elettorale) e la chiusura a riccio in una comunità (pre)politica non abbiano possibilità di fare avanzare oltre quel tratto in cui, chi ci è riuscito, è avanzato negli ultimi anni.
È intercorsa un po’ ovunque – in CPI in modo esplicito e fragoroso – la scoperta del limite e quindi la necessità di riflettere per ripartire in modo efficace. Per non gettare il bambino (che c’è!) con l’acqua sporca (da cui si sprigionano esalazioni mefitiche).
Il problema è stabilire come si supera quel limite. Cosa significa operare altrimenti.
In che modo si può essere – più o meno tutti – sinergici senza essere confusi. Cosa s’intende realmente per “politica” e per “metapolitica”. Come il proprio operato può avere efficacia secondo una metodologia gramscian/mussoliniana e/o leninista/mussoliniana.
Come si può essere popolo e avanguardie. Cosa c’è da capire oggi per anticipare i tempi e attualizzare i propri riferimento storico/ideali nel mondo dei satelliti, dei robot, della cibernetica e del transumanismo. Non è soltanto analisi di competenza di centri studi, ma coinvolge chi intende fare politica. E qui, en passant, rivendico la pretesa di essere tra i pochi che la politica non hanno mai smesso di farla, una volta resisi conto del rovesciamento intervenuto nell’ultimo ventennio e della necessità di operare secondo le necessità storiche che sono totalmente diverse rispetto a ieri.

Ricerca ancestrale
Lo scossone delle elezioni europee che non ha fatto che palesare quanto, almeno a livello istintivo e intuitivo, già fermentava un po’ ovunque, apre a una riflessione generale, da cui nessuno uscirà con soluzioni frettolose o rabberciate né con palliativi di qualsiasi natura.
Servono, innanzitutto, il recupero del criterio e della Weltanschauung, la consapevolezza del valore di una minoranza rivoluzionaria, dello stile, della disciplina, dell’umiltà, della dignità, della modestia, dell’impersonalità, di un senso di appartenenza che non sia più solo tribale. E che non comporti l’abdicazione all’impegno politico purché metodologicamente e strategicamente attuato.
È necessario quindi un cambio di registro, fondato su formazione e concentrazione, che fortunatamente si sta iniziando a richiedere da tutte le parti e che può essere anche la via d’uscita dalle imposizioni ideologiche altrui (tipo l’Italexit che accomuna tutte le liste d’area).
Se si torna a riflettere e se ci si rivolge alla propria tradizione politica e alla ricerca ancestrale, l’abbaglio anti-europeo cadrà da solo.
Su questo continuo a registrare notevoli e fantastici ravvedimenti.
Ho potuto apprezzare che nel comunicato di oggi Gianluca Iannone ha definito il nemico “Globalizzazione” e non più “Unione Europea”. Anche questo è confortante.
A tutto ciò – e alla necessità di un sovranismo europeo – si approderà più o meno tutti: perché se si ritorna a distinguere tra cause ed effetti e a gerarchizzare fatti, elementi, valori e nemici, questa conclusione sarà immancabile.
Prima ancora di questo approdo, le necessità principali che riguardano tutti oggi sono l’acquisizione di una logica sinergica e la necessità di formazione.
Alcuni devono iniziarle, altri riprenderle, altri ancora semplicemente continuare su questa strada.
Il futuro. Il tempo dei guerrieri in cui rivivono gli antenati.