Sessantotto e rivoluzione – Perché una rivoluzione comunista non avrebbe mai potuto vincere in Italia.

Molto spesso si sente, soprattutto dalle bocche dei militanti più autonomi ed esaltati dell’estrema sinistra, che sarebbe auspicabile una rivoluzione comunista, sulla scia di quello che fu e avrebbe potuto diventare il Sessantotto.

Ben pochi, però, si chiedono se questa rivoluzione avrebbe mai potuto trionfare, allora come oggi. La risposta? No.

L’immediato dopoguerra vide uno scenario geopolito molto variegato, che vedeva l’Europa occidentale occupata dagli statunitensi e l’Europa continentale orientale occupata dai sovietici, con l’eccezione dei paesi balcanici, governati da un regime comunista non allineato al blocco sovietico, e di Grecia e Turchia.

Nel 1949 fu firmato da Francia, Stati Uniti, Inghilterra, Canada e altri paesi europei tra cui l’Italia, il Patto Atlantico, ossia la carta costituente della NATO, organizzazione nella quale, in seguito, entrarono a far parte Grecia e Turchia nel ’52 e la Germania Ovest nel ’55.

Con questi presupposti, il Sessantotto italiano ebbe inizio già nel ’66, con moti studenteschi e occupazioni più o meno importanti, raggiungendo un picco nel ’69.

Ponendo nel 1969 lo scoppio di un guerra civile tra rivoluzionari comunisti e controrivoluzionari repubblicani, si avrebbe avuto il seguente scenario: da un lato il movimento sessantottino, che era costituito da gruppi comunisti, alcuni dei quali sostenuti dall’URSS (PCI in primis), e da gruppi autonomi filoanarchici, che getteranno le basi dei moderni centri sociali.
Da un punto di vista politico, pur essendo frammentati in diverse correnti di pensiero, si sarebbero comunque trovati con l’obiettivo comune della rivoluzione.
Dal punto di vista militare queste formazioni avrebbero potuto contare su depositi di armi risalenti alla WW2 e su scarsi rifornimenti di armi sovietiche e balcaniche.
Dal punto di vista umano, le formazioni italiane avrebbero però visto una netta se non totale maggioranza di quelli che Pasolini stesso, noto regista comunista, definì “figli di papà”, piccoli-borghesi col mito della rivoluzione che difficilmente avrebbero potuto avere una chance in un qualsiasi scenario bellico reale.

Dall’altro lato, quello dei contro rivoluzioni, abbiamo una galassia ben più vasta, che però può essere totalmente racchiusa sotto l’ombrello del Patto Atlantico: abbiamo Esercito Italiano, Carabinieri, alleati NATO, truppe americane di stanza in Italia e agenti di Gladio.
Dal punto di vista politico, se pur frammentati individualmente, tutti gli attori coinvolti avrebbero condiviso l’obiettivo dell’anticomunismo.
Militarmente stiamo parlando di un eserciti, quindi di migliori armamenti e forniture rispetto agli insorti, soprattutto gli americani che dal ’69 avevamo già dotato interamente le loro forze armate dei nuovissimi fucili M16, contro i mitra Scorpion e PPsH dei rivoluzionari.
Riguardo al fattore umano, innanzitutto teniamo presente che se sotto la bandiera rossa avremmo trovato studenti col mito di Che Guevara, dall’altro avremmo trovato non solo militari italiani addestrati ma anche, grazie agli accordi NATO, militari americani, francesi e tedeschi. Di questi militari una buona parte sarebbe stata composta da veterani della seconda guerra mondiale quindi, parlando di anticomunismo, molti di loro avrebbero avuto dalla loro anche un risentimento personale verso i rivoluzionari, cosa da non sottovalutare sapendo che in guerra motivazione e determinazione giocano un ruolo fondamentale, oltre a una possibile conoscenza del territorio nel caso fossero stati precedentemente impiegati in Italia.

Studenti eredi di Woodstock contro forze armate regolari, addestrate e ben armate? Si potrebbe dire che il risultato sarebbe stato scontato, esattamente come lo sarebbe oggi, ma sappiamo ormai bene che per essere convinti che certi sistemi possano funzionare bisogna essere almeno un po’ distaccati dalla realtà oggettiva dei fatti.

Amedeo Capuana