Tutte le donne sono madri

 

Riproponiamo oggi questo testo, tratto da un saggio breve scritto dalla sottoscritta nel corso del passato anno scolastico, sul tema della femminilità, già trattato in un precedente articolo, ma qui ripreso, approfondito ed avvalorato da illustri citazioni.

Dopo aver letto e selezionato alcune celebri opere di Gabriele D’Annunzio, emerge spontaneamente una riflessione sulla figura femminile, su quel “lato oscuro della luna”, così misterioso ed affascinante da aver reso nei secoli la donna una strega, un angelo, una creatura talvolta divina talvolta fatale, incomprensibile eppur ardentemente desiderata, così da diventare un vero e proprio topos letterario che accompagna la letteratura nel corso dei secoli.
Partendo dal presupposto che Poesia è una parola femminile, così come lo è la Musica e perfino l’Arte, considerevole è il fatto che anche la Natura è essenzialmente e necessariamente Donna. Ed è così che nell’estratto dell’Alcyone, sublimazione del Panismo, possiamo osservare l’epifania di Versilia alla luce del disvelamento dell’essere Heideggeriano. Ella è Natura ed è al contempo Divina, ed ammette timidamente il suo sentimento per il poeta: “Io sono divina; e tu forse/ mi piaci.” Se trasferiamo per un istante lo sguardo sulla figura maschile, ci rendiamo conto che egli è oggetto, e non soggetto del desiderio; il poeta è umano, ma allo stesso tempo trasforma la sua essenza in divina proprio attraverso la Poesia, dunque attraverso un ente primario ed indefinito, ma fondamentalmente femmineo. D’Annunzio, fattosi nella sua poesia Veggente e Vate, dirà ne L’Annunzio: ”Il mio canto vi chiama a una divina festa”, e diviene così Pastore dell’Essere, annunciando agli altri esseri la loro divinità, che consiste nella straordinarietà della loro esistenza:”Io vi dirò quel che da voi s’attende, le vostre sorti auguste, la deità che in voi splende.” (Laudi).Questo straordinario processo di elevazione spirituale del poeta, la presa di coscienza della potenza della Poesia, della Bellezza dell’Arte e del creato, lo stupore e la capacità di cantare le lodi del mondo, avviene necessariamente attraverso la conoscenza della figura femminile e dunque, dell’Amore. Per quanto in D’Annunzio esso possa apparire collegato esclusivamente alla sfera erotica e carnale, è ineccepibile che l’Amore sia la forza motrice più potente, “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, per citare il Sommo Poeta. E’ infatti possibile azzardare un confronto tra le donne di Gabriele D’Annunzio e la Donna angelo di Dante Alighieri. Evidenti sono le differenze formali, relative all’approccio dell’uomo con la controparte femminile: nel poeta fiorentino medievale, fedele d’amore e massimo esponente del dolce stilnovo, vediamo un amore puro, sublime e spirituale, che trascende dalla realtà fisica e materiale ed è perfino più potente della morte della donna amata. Al contrario, in D’Annunzio osserviamo una completa adesione all’estetismo, all’amore per il Bello e alla disperazione per la sua inevitabile decadenza, conducendo il poeta ad una disperata lotta contro il logorio del tempo e contro la morte stessa: il medesimo estetismo che trova la sua massima espressione simbolica nel Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, ma che già pare essere in qualche modo anticipato da William Shakespeare:

”Ma la tua eterna estate non dovrà svanire, /nè perder la bellezza che possiedi, /né dovrà la morte farsi vanto che tu vaghi nella sua ombra, /quando in eterni versi al tempo tu crescerai: /finchè uomini respireranno o occhi potran vedere, /queste parole vivranno, e ti daranno vita.” (Posso paragonarti ad un giorno d’estate)
Tuttavia, ancor più interessante è ricercare le analogie tra queste due antitetiche concezioni dell’Amore e della Donna: in entrambi i casi, vi è certamente una tensione alla ricerca e all’elevazione spirituale. La donna del piacere, Elena, ci sembra completamente differente dall’angelicata Beatrice, ma questa è mera apparenza: noi le conosciamo infatti solamente attraverso il riflesso dell’uomo, concepito come soggetto che modella la donna a seconda della propria volontà. Proviamo un istante a capovolgere i ruoli: se interpretiamo la donna come soggetto attivo, ci rendiamo conto che entrambe le figure femminili hanno una caratteristica fondamentale che le accomuna irrimediabilmente: le Donne sono Poesia, sono Divine e permettono all’uomo di conoscere la Verità, di ritrovare la meraviglia per le cose del mondo e di cantare questo stupore, prendendo coscienza della deità che risiede nell’anima di ciascun essere umano. Le Donne non dovrebbero essere concepite come un’opera d’arte realizzata su misura da un “faber”, un artigiano di sesso maschile, il quale le plasma e costruisce, bensì come Muse ispiratrici, che soffiano nella mente del poeta parole divine e lo avvicinano spiritualmente al cielo.
Proprio seguendo tale concezione che vede la donna come protagonista, ci apparirà chiaro e manifesto quale sia per eccellenza la massima espressione della Donna intesa come essere Divino e creatore: la figura della Madre. Ebbene, senza togliere quel velo d’ineffabilità che le conferisce un aspetto sacrale, è comunque possibile ritrovare questa simbologia in qualunque aspetto della vita quotidiana, ed è lecito porre a confronto svariate prospettive di sguardo di tale figura.
Per gli antichi, vi era Madre Terra, inevitabilmente riconducibile al suddetto Panismo dannunziano. Per alcuni poeti, come ad esempio Giacomo Leopardi, la Natura è matrigna in quanto illude i suoi figli non mantenendo le allettanti promesse della gioventù:”O natura, o natura, /perché non rendi poi /quel che prometti allor? /perché di tanto /inganni i figli tuoi?” (A Silvia). Un’interpretazione potrebbe vedere questa concezione della natura come uno specchio, secondo moderna psicanalisi, del difficile rapporto che il poeta aveva con la madre. D’altra parte, per Pascoli invece, la Natura rappresentava un rifugio, garantiva una sicurezza ed era in grado di stupire ed emozionare profondamente il fanciullino che risiedeva nell’animo del poeta. Queste e molte altre sono le interpretazioni che i poeti, od in generale gli artisti hanno fornito della natura, come ad esempio il celeberrimo dipinto “il viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich rappresenta per eccellenza il tumulto interiore caratteristico di coloro che aderirono al Romanticismo.
La figura della Madre è ineccepibilmente impregnata di sacralità, in quanto rappresenta colei che genera la Vita. In quest’ottica di infinito amore per la vita, D’Annunzio si inserisce seguendo completamente i canoni dell’estetismo, intendendo cioè la vita come un’opera d’arte. Un altro interessante aspetto che non può passare in secondo piano è il patriottismo di Gabriele D’Annunzio, inseparabile dal noto amore per la Bellezza:”La fortuna d’Italia è inseparabile dalle sorti della bellezza, di cui ella è madre.” In qualche misura, si potrebbe affermare che questa frase sia rappresentativa dell’essenza del poeta e, in ultima analisi, di questo saggio breve. Possiamo riferirci a Madre Natura, alla Vergine Maria, alla patria o alle Muse ispiratrici: abbiamo sempre la certezza di riferirci a Donne che abbiano intelletto d’amore, che conoscano dunque il più nobile e sublime dei sentimenti e che siano contemporaneamente in grado di renderlo noto a chiunque incontri il loro sguardo.

Camilla Acampora