VIOLENZA SUI PIÙ DEBOLI: a chi affidiamo bambini e anziani?

Trapani, Rovigo, Livorno, Forlì… sono solamente alcune delle città finite sui titoli di diversi giornali, tutte per lo stesso, orrendo motivo: anziani maltrattati nelle case di cura. A Milano, Torino, Napoli, ecc.. episodi di violenza analoga si sono verificati contro bambini dell’asilo o di scuole elementari.
Si tratta evidentemente di due facce della stessa medaglia, da far rientrare indubbiamente nella categoria delle violenze contro i più deboli.
Alcuni video sono a dir poco raccapriccianti: anziani che vengono trascinati o malmenati, bambini minacciati, strattonati o rimproverati aspramente. Tutto ciò potrebbe risultare un fatto straordinario, anzi, dovrebbe essere un’eccezione. Invece si sta trasformando sempre più in una straziante verità quotidiana.
Qualche paladino della privacy ancora dibatte sulla liceità delle telecamere all’interno di luoghi pubblici come ospedali, strutture sanitarie, asili e scuole; nel frattempo i nostri figli, i nostri fratellini tornano a casa da scuola con un occhio livido e non sanno ancora dirti perché – oppure i nostri genitori, i nostri nonni subiscono violente umiliazioni che non racconteranno mai.

Le antiche civiltà avevano una concezione delle fasi della vita molto differente da quella moderna. Prima di tutto, i nostri avi conoscevano il sacro rispetto per la senilità: gli anziani erano considerati un tesoro inestimabile, una preziosissima fonte di saggezza, nonché i depositari della tradizione. I fanciulli erano invece osservati con un misto di tenerezza ed ammirazione: in essi risiedeva il futuro, la vita prossima, le speranze e l’attesa per la realizzazione di un mondo migliore del presente. Per questo la fase intermedia, ossia l’età adulta, aveva un ruolo fondamentale di tramite tra queste due estreme stagioni della vita. I genitori rappresentano infatti l’anello di congiunzione tra la generazione dei nonni e quella dei figli. A questi ultimi, veniva insegnato di onorare i primi e rispettare i secondi, di modo da costruire una nuova società che si basasse sui pilastri del passato; i nonni avevano invece il compito di tramandare, appunto, quell’eredità, affinché non andassero mai perduti i sani valori dei mores antiqui (ossia degli antichi costumi).

Oggi più che mai, la nostra è una società che si basa sul profitto, sull’economia e sul lavoro esclusivamente finalizzato al guadagno. Tutto ciò, a discapito di quella dimensione sacrale che il lavoro possedeva precedentemente. Nell’epoca del “tutto e subito” non v’è più tempo per il dialogo, per l’ascolto, per le storie da raccontare, per il focolare domestico. Oggi il mestiere non è più concepito come “l’arte del produrre” per se stessi e per la collettività, l’espressione dell’individuo che si realizza come tale solo in quanto membro di una comunità; tutto ciò è stato sostituito da una meccanica, frenetica corsa al guadagno.

Al di là di questa riflessione, sorge spontaneo chiedersi come l’animo umano sia in grado di spingersi così in basso da esercitare il proprio potere praticando violenza sui più deboli. Da un punto di vista psicologico, ci verrebbe spontaneo affermare che un individuo del genere deve necessariamente essere affetto da qualche disturbo, o quantomeno condurre un’esistenza piuttosto misera per commettere atti simili. Ma è sempre vero questo?
Probabilmente queste maestre, queste operatrici sanitarie ed in generale tutte queste persone violente sono profondamente insoddisfatte e frustrate. Stipendi troppo bassi? Problemi familiari? Traumi infantili?
Una cosa è certa: loro non si rendono conto di svolgere mansioni di elevatissima taratura sociale. Ciascun mestiere è nobile, quando svolto con passione e dedizione. Le maestre hanno un compito importantissimo nella formazione individuale dei bambini; potrebbero influire in modo decisivo sul loro intero percorso di crescita. Chi si cura degli anziani, al contempo, dovrebbe accorgersi di avere tra le mani un corpo fragile, un’anima stanca e sottile, ricca di immagini ed impreziosita dalla memoria. Ed invece non si rendono minimamente conto della gravità del peccato che commettono, praticando violenza sui più deboli.

Io credo che oltre al carcere come pena per questi reati e le telecamere come deterrente, sia proprio necessaria una preparazione mentale completamente differente da quella attuale: riavvicinarci alla tradizione, recuperare il rispetto per gli altri – soprattutto per i deboli, quali anziani e bambini -, non perdere mai l’empatia e la gioia di sacrificarsi per una causa comune, e soprattutto ritrovare la gioia di donare se stessi per gli altri.