Xª Mas, storia d’eroi

Cos’è un eroe?

Per il dizionario italiano, l’eroe è “Persona che per eccezionali virtù di coraggio o abnegazione s’impone all’ammirazione di tutti” e ” è colui che compie uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di se stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune”

Quanto ne avremmo bisogno, di questi tempi.

Avremmo bisogno davvero di Eroi … ma ci torneremo.

Facciamo intanto un bel salto indietro nella storia:

Signore e signori, ecco a voi la storia della Xª Mas.ù

La  Flottiglia MAS (dal 1º maggio 1944, con l’unificazione di vari battaglioni, rinominata in Divisione fanteria di marina Xª, anche se è meglio nota semplicemente solo e soltanto come Xª MAS) è stato un corpo militare indipendente, ufficialmente di fanteria di marina della Marina Nazionale Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana, attivo dal 1943 al 1945.

In realtà, le primissime operazioni della MAS risalgono alo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando il cantiere navale veneziano SVAN (acronimo per Società Veneziana Automobili Navali) fornì alla Regia Marina i suoi primi mezzi speciali denominati MAS, acronimo di Motobarca Armata SVAN. Le prime due unità, MAS 1 e MAS 2, furono completate nel giugno 1915.

La Regia Marina si era interessata ai motoscafi siluranti già a partire dal 1906, quando venne avviata la definizione di un progetto per una «barca torpediniera mossa da motore a scoppio», com’era definita all’epoca, capace di raggiungere una velocità massima di venti nodi e con una lunghezza di circa 15 metri. Tale progetto rimase sulla carta fino al 1914. Lo scoppio della guerra diede nuovo impulso: alla fine del 1914 la Regia Marina prendeva contatti con alcune ditte statunitensi vagliando contemporaneamente due progetti italiani, quello della Maccia Marchini e quello della SVAN, che porterà poi ai modelli di serie ordinati per la prima volta il 16 aprile 1915.

Questi modelli furono successivamente prodotti anche da cantieri di altre società, come l’Isotta Fraschini e la FIAT. L’acronimo MAS passò a significare Motobarca Armata Silurante, in seguito Motobarca si trasformò in Motoscafo. L’acronimo “MAS” fu sciolto anche in altre definizioni, fra le quali Motum Animat Spes, e quella di Gabriele D’Annunzio, che vi fece aderire, come si legge nei suoi Taccuini, il motto Memento Audere Semper (ricordati di osare sempre).

Il Vate ebbe sempre grande simpatia per il nascente gruppo, soprattutto per le sue prerogative: l’idea di creare piccole imbarcazioni “siluranti” andava completamente in controtendenza con l’idea generale dell’epoca, quella di una guerra “di posizionamento”, fatta di navi e armi potenti, ma anche enormi e pesanti.

Altra prerogativa innovativa era quella dell’attacco a sorpresa; le minute dimensione dovevano servire proprio a questo. La MAS si atteggiava a vera e propria inteligence (con grande anticipo) e, una antenata vera e propria dei moderni servizi segreti. L’allora capo di Stato Maggiore della Marina, Paolo Thaon di Revel, intuì subito il potenziale offensivo dei MAS.

Durante la Prima Guerra Mondiale le azioni della neonata MAS furono finanziata, progettate e permesse dalla Marina. L’inesperienza era grande ma fin da subito il corpo militare si fregiò di grandi imprese. Una su tutte, la beffa di Buccari.

La beffa di Buccari fu un’incursione militare effettuata contro il naviglio austro-ungarico nella baia di Buccari (in croato Bakar) nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918.

Nonostante le limitate conseguenze materiali, tale azione ebbe l’effetto di risollevare il morale dell’Italia, messo a durissima prova dallo sfondamento di Caporetto di alcuni mesi prima. Dopo la vittoriosa incursione su Trieste del dicembre 1917, in cui i MAS 9 e 13, guidati, rispettivamente, da Luigi Rizzo e Andrea Ferrarini, avevano affondato la corazzata austro-ungarica Wien, fu decisa un’azione di forzamento della baia di Buccari dove erano stanziate diverse unità navali nemiche.

Dopo quattordici ore di navigazione, alle 22:00 circa del 10 febbraio, i MAS iniziarono il loro pericoloso trasferimento dalla zona compresa tra l’isola di Cherso e la costa istriana sino alla baia di Buccari dove, secondo le informazioni dello spionaggio, sostavano unità nemiche sia mercantili sia militari.

Questo il rapporto dell’Animoso che insieme agli altri caccia del 2º gruppo si sarebbe poi diretto verso Ancona, mentre dal rapporto della torpediniera 18 P.N.: «Alle 18:30 assunta la formazione in linea di fila con i MAS al rimorchio dirigo verso l’isola di Unie.» Alle ore 22:15, giunti in prossimità del punto previsto, i MAS lasciarono i rimorchi e le siluranti diressero per il rientro. I tre motoscafi iniziarono quindi l’attraversamento della canale di Faresina, senza che la batteria di Porto Re li scorgesse, e, giunti ad un miglio dalla costa, spensero i motori a scoppio per azionare quelli elettrici. Alle 0:35 i MAS giunsero all’imboccatura della baia di Buccari senza incontrare ostruzioni e individuarono gli obiettivi, tre piroscafi da carico e uno passeggeri. I bersagli vennero quindi suddivisi tra i tre MAS: il MAS 96 piroscafo 1, il MAS 94 sarebbe stato l’unico a dover colpire due piroscafi, 2 e 3, e il MAS 95 il piroscafo 4.

Alle 01:20 i MAS lanciarono i loro siluri; il MAS 95 ne lanciò uno contro l’albero di trinchetto e un altro al centro sotto il fumaiolo del piroscafo 4; il MAS 94 lanciò un siluro al centro del piroscafo 2 e al centro del piroscafo 3, mentre il MAS 96 lanciò due siluri al fumaiolo di cui uno esplose. Dei sei siluri lanciati solo uno esplose, a dimostrazione che le unità erano protette da reti antisiluranti e che lo scoppio del secondo siluro del MAS 96 indicava la probabile rottura della rete col primo siluro che consentì la penetrazione del secondo. Allo scoppio del siluro l’allarme fu immediato e i MAS presero subito la via del rientro e, giunti al punto di riunione prestabilito, rientrarono ad Ancona alle 7:45.

Le unità italiane riuscirono a riguadagnare il largo tra l’incredulità dei posti di vedetta austriaci che non credettero possibile che unità italiane fossero entrate fino in fondo al porto e che non reagirono con le armi, ritenendo dovesse trattarsi di naviglio austriaco. Tre bottiglie suggellate dai colori nazionali furono lasciate su galleggianti nella parte più interna della baia di Buccari, con, all’interno, un messaggio scritto da D’Annunzio, fatto che dette all’azione l’appellativo di “beffa di Buccari”.

Dal punto di vista tattico-operativo l’azione fece emergere la totale mancanza di coordinamento nel sistema di vigilanza costiero austriaco e le numerose lacune difensive presenti, che resero possibile questa audace azione dei marinai italiani. Tuttavia le navi, protette dalle reti, non riportarono alcun danno materiale. L’impresa costrinse il nemico a un maggiore impegno di energie in nuovi adattamenti difensivi e di vigilanza e comunque ebbe una pesante influenza negativa sul morale austriaco.

Ma l’impresa di Buccari ebbe una grande risonanza in Italia, in una fase della guerra in cui gli aspetti psicologici stavano acquistando un’incredibile importanza. D’Annunzio ebbe un ruolo fondamentale nella reclamizzazione dell’impresa perché il suo messaggio lasciato nelle tre bottiglie ebbe grande diffusione e contribuì a risollevare il morale dell’esercito impegnato sul Piave.

 

Negli anni dopo la fine della prima guerra mondiale la Marina non dedicò molta attenzione ai motoscafi d’assalto, data l’ormai affermata potenza italiana in ambito marittimo e visti i pacifici rapporti esistenti con Gran Bretagna e Francia, i principali “avversari” presenti nel Mediterraneo. L’inizio del grande sviluppo dell’incursione subacquea risale però al 1935, quando la guerra d’Etiopia sconvolse gli equilibri politici fino a quel momento esistenti. La Royal Navy, che rappresentava la più potente forza navale dell’epoca, in quel periodo era fortemente presente nel Mar Mediterraneo e per contrastarla fu costituita la 1ª Flottiglia MAS, comandata dal capitano di fregata Paolo Aloisi e incaricata di organizzare i mezzi d’assalto della Marina, cosa che ebbe inizio verso la fine dell’aprile 1939 in una tenuta della famiglia Salviati situata nei dintorni della foce del fiume Serchio. Inoltre nel 1936 vennero realizzati i primi esemplari di barchini progettati da Aimone di Savoia-Aosta, comandante di GeneralMAS, dalla quale dipendevano sia la 1ª Flottiglia MAS sia le motosiluranti.

Ma la MAS entrò nella leggenda con la creazione della divisione numero dieci, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Prima di questa creazione, la MAS non ebbe grande fortuna nel secondo conflitto mondiale. Le prime azioni di attacco si conclusero con risultati poco incoraggianti, a volte disastrosi. Nella prima missione, denominata G.A.1, destinata ad attaccare la rada di Alessandria d’Egitto, il 22 agosto 1940 nel golfo di Bomba il sommergibile Iride, che aveva caricato quattro SLC dalla motonave Calipso, e la motonave Monte Gargano, vennero affondati dagli inglesi con elevate perdite umane. Cinque marinai dell’Iride, silurato da uno Swordfish, vennero salvati proprio da alcuni degli operatori della Xª che al momento dell’affondamento del sommergibile erano temporaneamente sulla Monte Gargano.

Una seconda operazione contro Alessandria, la G.A.2, e una contro Gibilterra, la B.G.1, si conclusero senza esiti positivi, anche se con minori perdite umane: nella missione G.A.2 vi fu un morto e il sommergibile Gondar venne autoaffondato dopo un’agonia di diverse ore, mentre la seconda, condotta dal comandante Borghese sul sommergibile Scirè, venne annullata quando il sommergibile era già alla volta di Gibilterra, perché la squadra navale bersaglio dell’incursione era uscita dal porto. Con l’affondamento del Gondar, oltre all’equipaggio vennero fatti prigionieri dagli inglesi il comandante Giorgini e anche diversi incursori.

Il 29 ottobre 1940 lo Scirè (comandato ancora da Borghese e con tre SLC a bordo), tentò nuovamente un’azione denominata B.G.1 contro Gibilterra, che venne interrotta e ritentata con denominazione B.G.2 il 30 dello stesso mese. La coppia de la Penne – Bianchi venne subito intravista da un’imbarcazione nemica e per non destare sospetti portarono in immersione il loro SLC, che però si guastò non permettendo più la risalita. I due assaltatori lo abbandonarono e raggiunsero a nuoto la costa spagnola. Tesei e Pedretti, che pilotavano un altro SLC, furono capaci di arrivare all’imboccatura del porto, ma al momento dell’immersione constatarono che i loro respiratori non funzionavano, e dovettero desistere affondando il mezzo e nuotando fino alla riva spagnola, da dove vennero rimpatriati assieme a de la Penne e Bianchi. Birindelli e Paccagnini, nonostante problemi di galleggiamento con il loro mezzo, un respiratore bucato e una velocità alquanto ridotta, riuscirono con grande abilità ad arrivare a 70 metri dalla corazzata Barham superando le reti antisiluro poste in sua difesa. A questo punto, inaspettatamente, l’SLC si bloccò sul fondale. Birindelli (rimasto solo in quanto Paccagnini era risalito in superficie per mancanza di ossigeno) tentò di trascinare la testata fin sotto la nave nemica, ma dopo poco tempo dovette abbandonare i suoi propositi in quanto stremato. Risalito in superficie tentò di fuggire, ma venne scoperto e preso prigioniero assieme a Paccagnini dai soldati inglesi.

La missione fu un totale insuccesso, ma almeno era stata dimostrata la capacità dei palombari di penetrare in un porto nemico ben presidiato.

Dopo questi costosi fallimenti iniziali, e in seguito alla cattura in settembre del comandante Mario Giorgini, il comando dell’intero reparto venne affidato al capitano di fregata Vittorio Moccagatta. Il 15 marzo 1941 la 1ª Flottiglia MAS fu ribattezzata da Supermarina proprio su proposta (fatta il 10 marzo 1941 da Moccagatta) 10ª Flottiglia MAS. Il nuovo nome fu scelto in riferimento alla legione prediletta di Giulio Cesare, la Legio X Gemina.

Scrisse James J. Sadkovich “« Se la Xª MAS fosse stata pienamente operativa nel giugno 1940, quando gli inglesi non disponevano ancora dell’Ultra né di buoni sistemi di vigilanza nei porti di Alessandria, Gibilterra e La Valletta, la guerra probabilmente avrebbe avuto un esito assai diverso.»

La prima azione coronata da successo fu quella del 25 marzo 1941: sei barchini esplosivi presero di mira diverse unità nemiche nella baia di Suda, a Creta, affondando fra l’altro l’incrociatore York. L’incursione, con al comando il tenente di vascello Luigi Faggioni, venne effettuata appunto da sei MTM che riuscirono a forzare durante la notte le ostruzioni della baia e rimasero in attesa fino a che le luci dell’alba permisero di individuare chiaramente le sagome degli obbiettivi ancorati in rada. Un barchino centrò lo York, che si adagiò sul fondale, ma con danni talmente gravi che non venne comunque recuperato; un secondo, pilotato dal sergente cannoniere Emilio Barberi, che per l’azione verrà decorato con la medaglia d’oro al valor militare, centrò la petroliera Pericles.

In breve tempo, la Decima divenne l’incubo delle truppe inglesi. Disse Winston Churchill « …sei Italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare in Mediterraneo a vantaggio dell’Asse. »

In effetti, la più celebre delle azioni della Xª Flottiglia MAS (operazione G.A.3) fu l’affondamento delle corazzate inglesi Valiant e Queen Elizabeth e della petroliera Sagona ormeggiate nel porto di Alessandria d’Egitto, che venne effettuata il 19 dicembre 1941. Si trattò di una sorta di rivincita delle forze armate italiane per le gravi perdite navali subite nella notte di Taranto (ottobre 1940). È rimasta famosa anche come Impresa di Alessandria.

La flottiglia operò alcuni dei suoi mezzi anche al di fuori del teatro del Mediterraneo, precisamente in Finlandia e nel Mar Nero.

Nella confusione e nello sbandamento delle forze armate causato dalle circostanze dell’armistizio dell’8 settembre, il comando di stanza nella caserma di La Spezia non si sbandò e messo in allarme attese ordini disciplinatamente evitando però di distruggere i piccoli mezzi navali all’ancora fuori della caserma di cui parte poi cadde momentaneamente in mani tedesche. La serata stessa Junio Valerio Borghese raggiunse l’ammiraglio Aimone d’Aosta e inutilmente cercarono insieme di contattare Roma per avere conferma dell’armistizio e ricevere ordini. La Xª MAS, continuando a rimanere priva di ordini, mantenne l’attività nella caserma immutata e per tutto il tempo la bandiera italiana rimase sul pennone. Borghese inoltre dispose di aprire il fuoco contro chiunque avesse tentato di attaccare la caserma,riuscendo a respingere alcuni tentativi tedeschi di disarmare i marò. Il 9 settembre gli ufficiali si riunirono per decidere la strada da intraprendere e Borghese ribadì la sua intenzione di continuare la guerra contro gli angloamericani, scegliendo l’alleanza con la Germania. L’11 settembre radunò i marinai di stanza a La Spezia spiegando la situazione e dando il permesso di congedarsi a coloro che non se la fossero sentita di continuare la guerra. La maggioranza si congedò.

Egli avrebbe poi spiegato tale azione dicendo di avere fatto questo «per riscattare l’onore militare dell’Italia, riconquistare la stima della Germania e ricondurre le due nazioni sul piano dell’alleanza». La Decima assunse, almeno ufficialmente, atteggiamento del tutto apolitico ed apartitico, tanto che per essere inquadrati nei marò della Xª MAS occorreva non essere iscritti ad alcun partito politico.

Borghese strinse dunque il 12 settembre direttamente con il Capitano di vascello Berninghaus della Marina da guerra germanica, la Kriegsmarine, una singolare alleanza che permetteva la continuazione dell’attività della Xª MAS con il Terzo Reich, conservando bandiera (a cui era stato tolto l’emblema dei Savoia) e divisa italiane, seppur sotto il controllo operativo tedesco.

Fin dai primissimi giorni dopo l’armistizio iniziarono a giungere giovani volontari, spesso minorenni, attratti dalla leggenda delle gesta eroiche dei “maiali” e dalla fama del comandante Borghese, celebrati dai manifesti di propaganda che tappezzarono le città italiane. I ruolini della Decima giunsero quindi a contare complessivamente 20.000 uomini, l’entità di una divisione di fanteria.

L’ideologia fondante del corpo era basata sul nazionalismo e sul combattentismo, in cerca della “bella morte” in battaglia e dell’eroismo «per riscattare l’onore della nazione italiana»

Ciò trovava espressione nel motto del corpo «Per l’onore e la bandiera d’Italia» e nello scudetto in cui era disegnata una X sormontata da un teschio con una rosa in bocca e nell’Inno della Decima, scritto dalla moglie di Borghese sulle note di una canzone d’operetta. L’immagine del teschio con la rosa in bocca veniva dal capitano di corvetta Salvatore Todaro: poco prima di morire aveva espresso il desiderio di un distintivo per la Xª che rendesse l’idea che la morte in combattimento era una cosa dolce, come il profumo di un fiore.

Nella RSI la Decima combattè gli Alleati ma soprattutto, grazie alla ormai grande esperienza, riuscì a depistare, scoprire e mandare a monte molteplici piani partigiani, eletti in quegli anni a veri nemici della fanteria.

Verso la fine della guerra, la Xª MAS di Borghese spostò il suo quartier generale in Piemonte. Il 26 aprile, primo dei tre giorni di insurrezione che portarono alla “Liberazione”, Borghese sciolse la Decima presso la caserma di piazzale Fiume (odierna piazza della Repubblica) a Milano.

 

Ora, in questi tempi di profonda bassezza morale, di qualunquismo sfrenato, della ricerca del denaro/potere come unico valore, ricordate.

Ricordate questi eroi.

Eroi che lottarono, spesso in netta minoranza contro i nemici e scarsamente equipaggiati, per la gloria e per la difesa della Patria.

Ricordatevi della Decima Mas

 

Giacomo Novelli